Compostaggio di prossimità: il modello francese

Un piccolo report d’oltralpe del ns socio Riccardo Marchesi

Nelle aree rurali e montane francesi la gestione in loco dei rifiuti organici sta assumendo un ruolo sempre più concreto. L’esperienza osservata in Savoia mostra postazioni collettive semplici, presidiate e integrate nel territorio, che possono affiancare e, in alcuni contesti, ridurre il ricorso alla raccolta dell’organico.

La Francia sta sviluppando da anni politiche territoriali nelle quali alimentazione, agricoltura, prevenzione dei rifiuti e sostenibilità locale tendono a essere affrontate in maniera integrata. Un esempio sono i Projets Alimentaires Territoriaux (PAT), introdotti nel 2014 come strumenti concertati attraverso i quali enti locali, mondo agricolo, operatori economici e società civile possono costruire strategie alimentari legate alle caratteristiche del territorio.

I PAT hanno un campo d’azione molto più ampio della gestione dei rifiuti organici: comprendono filiere corte, ristorazione collettiva, lotta allo spreco alimentare, infrastrutture locali di trasformazione, accesso al cibo e sviluppo dell’agricoltura di prossimità. La relazione di approfondimento sui PAT evidenzia proprio questa impostazione sistemica e una governance fondata sulla collaborazione tra collettività territoriali, operatori agricoli ed economici, cittadini, associazioni e mondo della ricerca.

All’interno di questo quadro, il compostaggio di prossimità può rappresentare una delle azioni con cui chiudere localmente il ciclo della sostanza organica. Ma l’aspetto particolarmente interessante dell’esperienza francese riguarda ciò che sta avvenendo, anche indipendentemente dai PAT, nelle aree rurali e montane.

Tre cassoni e poche regole

Nei comuni montani della Savoie e delle Hautes-Alpes, anche nelle zone prossime al confine italiano, sono state realizzate numerose postazioni di compostaggio collettivo destinate agli abitanti.

Il principio è estremamente semplice. La postazione fotografata a Bessans, in Savoia, è organizzata attraverso tre distinti comparti: uno contiene il broyat, cioè il materiale strutturante costituito prevalentemente da cippato e altri materiali vegetali secchi; uno riceve i rifiuti organici conferiti dagli utenti ed è dedicato al compostaggio attivo; il terzo viene utilizzato per la maturazione del compost.

A questa organizzazione fisica si accompagna un’informazione molto pratica. I cittadini sono invitati a conferire il contenuto del proprio bio-secchio, distribuirlo nel cassone, ricoprirlo con strutturante e mescolare. Una specifica indicazione suggerisce, per ogni secchio di rifiuto organico depositato, di utilizzare circa un terzo di secchio di strutturante.

Non si tratta quindi semplicemente di collocare dei compostatori sul territorio, ma di predisporre una piccola infrastruttura accompagnata da istruzioni operative, materiale strutturante sempre disponibile e gestione della fase di maturazione.

Che cosa viene conferito

Anche la comunicazione sui materiali ammessi è immediata. Nella postazione fotografata vengono indicati, tra gli altri, scarti e bucce di frutta e verdura, fondi di caffè e tè, gusci d’uovo frantumati, fiori e piante appassite e foglie.

Sono invece esclusi carne e pesce, croste di formaggio, pane raffermo, lettiere animali, plastiche anche se dichiarate biodegradabili, polvere e sacchetti dell’aspirapolvere e cenere.

Al di là delle singole scelte gestionali – che possono variare in funzione del modello adottato – è significativo il carattere estremamente concreto della comunicazione: cosa conferire, cosa non conferire, quanto strutturante aggiungere e cosa fare dopo il conferimento.

Non soltanto raccolta differenziata

È probabilmente questo il punto più interessante per il dibattito italiano. L’obbligo di separare alla fonte i rifiuti organici non comporta necessariamente che ogni territorio debba adottare lo stesso modello organizzativo. Nelle aree francesi osservate, soprattutto nei piccoli centri rurali e montani, il compostaggio collettivo viene utilizzato in parallelo e, in determinate situazioni, anche come alternativa locale alla raccolta separata dell’organico.

La logica cambia: invece di raccogliere un materiale costituito in larga parte da acqua, trasportarlo e avviarlo a un impianto centralizzato, una parte della frazione organica viene trattata direttamente nel luogo in cui viene prodotta.

Questo approccio può risultare particolarmente interessante nei territori caratterizzati da bassa densità abitativa, distanze elevate, piccoli nuclei insediativi e costi di raccolta e trasporto relativamente alti. Non elimina la necessità di organizzazione e controllo: al contrario, richiede postazioni correttamente dimensionate, disponibilità costante di strutturante, referenti locali, manutenzione e verifica periodica del processo.

La fotografia di Bessans restituisce bene questa impostazione. Sul pannello informativo si legge che la postazione è installata dall’ente competente ma gestita dagli abitanti. È un dettaglio tutt’altro che secondario: l’infrastruttura pubblica e la responsabilizzazione della comunità locale diventano parti dello stesso modello.

Una suggestione anche per i territori italiani

L’esperienza francese non è un modello da trasferire automaticamente. Normativa, organizzazione dei servizi, caratteristiche insediative e responsabilità gestionali devono essere valutate nei rispettivi contesti.

Ma pone una questione che merita attenzione: la raccolta differenziata dell’organico e il suo trasporto verso un impianto non costituiscono necessariamente l’unica risposta possibile alla separazione dei rifiuti organici alla fonte.

Compostaggio domestico, compostaggio di comunità e altre forme di compostaggio di prossimità possono entrare in una strategia territoriale più articolata, nella quale a ogni contesto viene associata la soluzione tecnicamente, ambientalmente ed economicamente più appropriata.

In questo senso l’esperienza dei piccoli comuni alpini francesi è interessante proprio per la sua semplicità. Tre comparti, strutturante disponibile, regole comprensibili, informazione agli utenti e una comunità coinvolta nella gestione.

Una soluzione apparentemente elementare, ma che sposta il baricentro della gestione: dal rifiuto da raccogliere e trasportare alla sostanza organica da gestire e valorizzare nel territorio in cui viene prodotta.

Se l'articolo ti è piaciuto scegli come condividerlo